
L’espressione con cui si apre la prima lettura di quest’oggi può essere posta sulle labbra del Signore Gesù: «Oh!» (Is 10,5). Ciascuno di noi sa per esperienza che in alcuni momenti non ci resta che dire senza dire: «Oh!». Come nella liturgia della Parola che ci viene offerta oggi, quest’espressione può essere legata a un senso di sconcerto dinanzi al male che ci portiamo dentro o che vediamo all’opera attorno a noi, oppure come l’unico modo che ci resta per meravigliarci ricolmi di stupore davanti al mistero di bellezza e di bontà che non manca né dentro di noi, né attorno a noi. Laddove il profeta Isaia ci fa conoscere il fremito del cuore di Dio davanti al «mistero di iniquità», l’evangelista Matteo ci introduce nella magnifica esultazione del cuore di Cristo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). La parola del profeta Isaia, che nel Vangelo di Matteo scandisce i momenti e i passaggi più forti della rivelazione, ci offre la possibilità di dare profondità allo stupore del Signore Gesù, facendoci entrare nel cono d’ombra di ciò che in noi e fuori di noi si oppone alla logica del Vangelo: «Con la forza della mia mano ho agito e con la mia sapienza, perché sono intelligente» (Is 10,13). Accostando questi due testi, possiamo cogliere in cosa consista la differenza tra i «piccoli» di cui si meraviglia e si stupisce il Signore Gesù e la grettezza mentale dell’Assiria, che si autocelebra fino a rendersi ridicola: «Come si raccolgono le uova abbandonate, così ho raccolto tutta la terra. Non vi fu battito d’ala, e neppure becco aperto o pigolìo» (10,14). I «piccoli» trovano sempre la loro forza nella relazione, che li rende capaci di far dare il meglio degli altri prendendosi cura dei loro bisogni. I grandi invece rischiano di pensare a se stessi come se non avessero bisogno di nessuno e, prima o poi, questo si rivela non solo falso, ma persino triste e pericoloso. Nella vita di Dio alla cui immagine dovrebbe, gradualmente, conformarsi la nostra vita di figli e fratelli, le cose vanno in modo radicalmente diverso: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio» (Mt 11,27). Con questa parola, piena di fiducia e di confidenza radicale nei confronti del Padre, il Signore Gesù sembra ragionare proprio come fanno i piccoli, come fanno i bambini. Se si chiedesse a un bambino cosa il papà è capace di fare, la risposta sarebbe quasi sicuramente «tutto!»; se si chiedesse a un bambino che cosa la mamma è disposta a dargli, risponderebbe normalmente «tutto!». Quel «tutto» cui il Signore Gesù fa riferimento parlando della sua relazione al Padre suo, che è pure il padre di ciascuno di noi, non ha nulla a che vedere con il totalitarismo evocato dal profeta Isaia quando parla dell’Assiria. Il «tutto» di cui parla il Signore Gesù è il segno di una condivisione nell’amore che non impoverisce mai nessuno a vantaggio di un altro, né arricchisce alcuni a scapito di altri. Al contrario, nel «tutto» di quell’amore che si continua a donare senza mai risparmiarsi tutti diventano più ricchi e più felici. Davanti a questo duplice mistero che, in realtà, ci obbliga a scegliere lo stile con cui vogliamo vivere in relazione con agli altri – nella condivisione o nel sopruso – non ci resta che un’espressione: «Oh!».