Pubblicato in: Riflessioni personali

Scegliere con naturalezza

Due immagini sembrano rincorrersi attraverso le letture che la Liturgia offre alla nostra meditazione come traccia per orientare il nostro cammino di conversione: il vasaio e i pescatori! Il vasaio viene colto dal profeta Geremia nel momento in cui è invitato dal Signore Dio a scendere nella sua «bottega» (Ger 18,3) proprio nell’atto delicato e grave di rifare un vaso che, «come capita» (18,4) può anche non venire bene e persino guastarsi, nell’atto stesso di essere completato. Non cogliamo nessuna agitazione né tantomeno rabbia! Semplicemente si dice che egli «riprovava di nuovo e ne faceva un altro come ai suoi occhi pareva giusto» (18,4). Allo stesso modo vediamo i pescatori che, dopo aver tirato a riva le reti, con grande calma «si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi» (Mt 13,48). Sia nel vasaio costretto a rifare un vaso, come nei pescatori che fanno la cernita dei pesci, possiamo ammirare non solo la calma, ma un senso di profonda naturalezza: è più che normale, anzi scontato, che un vaso possa venire male ed essere rifatto con la medesima argilla, così pure è assolutamente previsto che nella rete non si lascino pescare solo pesci buoni, ma pure quelli cattivi. L’operazione del rifacimento come quella della cernita fanno parte del lavoro e vanno vissuti con l’impegno richiesto per ogni fase di un qualsiasi lavoro, ma senza nessuna apprensione. Il Signore Dio non esita a rivelare a Geremia, forse un po’ troppo teso per il suo ministero profetico: «Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele» (Ger 18,6). Parimenti il Signore Gesù sembra ricordare ai suoi discepoli di fare il proprio lavoro con dedizione, ma pure con grande semplicità: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni…» (13,49). Sembra che il Signore ci tenga a ricordare ai suoi discepoli che questo lavoro di cernita e di destinazione definitiva non è il loro compito, ma quello degli «angeli». A loro, alla Chiesa di sempre, spetta il compito di raccogliere, di gettare la rete nel mare che è il «mondo» lasciando che i pesci vi entrino dentro senza sentirsi in dovere di espellere quelli cattivi, quasi per paura che i buoni ne siano contaminati. Inoltre ai discepoli, alla Chiesa in ogni situazione concreta, spetta il compito di tirare la rete piena a riva… il resto compete agli «angeli», che è un modo delicato per dire che non compete a noi. Queste due parabole infondono una grande serenità! La domanda del Maestro viene posta anche a noi: «Avete compreso queste cose?» (13,51). E ancora una volta, il Signore Gesù usa una parabola per infonderci dedizione e serenità: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Ancora una volta possiamo immaginare quale calma animi questo gesto del padrone che mette ordine fra le sue cose non come un servo agitato e timoroso.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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