
La nostra città di Torino celebra oggi il suo patrono e la Liturgia odierna sembra ispirarsi allo stretto parallelismo stabilito dall’evangelista Luca tra la nascita del Signore Gesù e quella di Giovanni Battista. Per questo la tradizione celebra le due nascite una all’estremo opposto del ciclo solare: quella del Messia al solstizio d’inverno e quella del suo precursore al solstizio d’estate. In tal modo siamo messi di fronte a due elementi: l’importanza della nascita del Battista in relazione a quella del Salvatore e il suo essere totalmente a servizio dello Sposo atteso. Sulle rive del Giordano, Giovanni si leverà «con lo spirito e la potenza di Elia» (Lc 1,17). Come profeta dell’imminenza del giudizio di Dio sulla storia, la parola ardente di Giovanni e il suo battesimo di conversione sono come un vomere capace di tracciare quel solco profondo in cui il seme della presenza del Messia possa essere deposto, per germogliare giorni di giustizia e di pace. Ma più ancora, il profeta Giovanni si presenta come l’amico che conduce la sposa allo sposo per ritirarsi immediatamente. Come ricorda l’altro Giovanni: «Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce» (Gv 1,8). Giovanni si presenta come la luce minore di una lampada che «arde e risplende» (5,35) fino a eclissarsi serenamente all’insorgere del Giorno: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Tutta la grandezza di Giovanni sta proprio nella sua disarmante consapevolezza di una vita il cui valore è in relazione a ciò che prepara e a ciò cui prelude. Le parole del profeta Isaia si compiono in lui e per lui: «il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome» (Is 49,1). Questo mistero di elezione rivela la sua inconfondibile autenticità per il fatto di vivere totalmente «nascosto all’ombra della sua mano» (49,2). Nel nostro angolo di mondo il sole raggiunge il massimo del suo splendore rendendo desiderabile e facendoci comprendere il sollievo dell’ombra in giornate che diventano sempre più infuocate di caldo e di luce. Giovanni non si identifica con il sole gagliardo – che è il Cristo Signore e la cui natività cade nell’altro solstizio – ma con «il piccolo del regno» (Lc 7,28). Egli sa e ama vivere «all’ombra dell’Onnipotente» (Sal 90,1). Mentre festeggiamo solennemente la sua natività, la sua parola ci interpella e ci destabilizza: «Io non sono ciò che voi pensate che io sia!» (At 13,25). Se questa è la parola che Giovanni il Battista rivolge a noi che lo ammiriamo, a colui che lo invia a preparare la sua strada può dire con il salmista: «Tu mi conosci fino in fondo» (Sal 138,14). Se solo contassimo le volte che questo “tu” compare nella breve sezione del testo scelto come responsorio, rimarremmo stupiti di questa preminenza assoluta dell’altro nella propria vita. Anche noi oggi possiamo misticamente unirci alla folla de «i vicini e i parenti» (Lc 1,58) che vanno a congratularsi con Elisabetta e Zaccaria. Anche noi, ogni volta che ci accostiamo al Battista, siamo come tutti «presi da timore» (1,65) perché quest’uomo è «plasmato suo servo dal seno materno» (Is 49,5) e con la sua parola di fuoco e i suoi gesti di fiamma ci mette sempre di fronte al mistero di un cammino da compiere. Egli infatti «cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della manifestazione ad Israele» (Lc 1,80). Colui che ha preparato la strada davanti al Signore Gesù diventa icona del mistero e del ministero della Chiesa: indicare, diminuire e scomparire. La solennità della nascita di Giovanni Battista è piuttosto singolare all’interno del calendario liturgico. Se tralasciamo quella della vergine Maria e, naturalmente, quella del Signore Gesù, si tratta della sola umanità di cui facciamo memoria non solo in occasione della sua nascita al cielo, ma anche del suo ingresso nel mondo e nella storia. Le letture scelte per questa festa ci obbligano a meditare a fondo il mistero dell’Incarnazione, mostrandoci la nascita del Battista come una «meraviglia stupenda» (Sal 138,14) a cui volgere tutta l’attenzione del cuore per riscoprire quanto grande sia il dono di Dio deposto anche nella nostra vita, se ci scopriamo capaci di leggere e assumere la nostra umanità non solo a partire dal nostro punto di vista, ma anche nella prospettiva nuova e vivificante del battesimo in Cristo. Nel momento della sua nascita, si crea una certa tensione per la scelta del nome, tra quello «di suo padre, Zaccarìa» (Lc 1,59) e «Giovanni» (1,60), suggerito con grande ostinazione dalla madre Elisabetta. La diversità di significato tra i due nomi non sembra poi così rilevante, dal momento che Zaccaria significa «Dio ricorda», mentre Giovanni «Dio usa misericordia». Eppure una sottile differenza tra i due nomi c’è e sembra rivelante. Il primo nome è senza dubbio un dito puntato verso il passato, cioè verso quella storia di salvezza costruita da Dio lungo la storia. È un nome fondato sul criterio che il passato debba orientare il presente. Il secondo nome, invece, focalizza l’attenzione sul presente e su ciò che il Signore è intenzionato a fare nella realtà. Promuove un altro tipo di criterio, secondo cui l’attualità della storia è anche emancipata dalle sue premesse. La breve disputa attorno al nome da assegnare al figlio diventa occasione per comprendere che, mentre il primo nome proviene semplicemente dall’abitudine di legare la vita del figlio a quella del padre, il secondo nome porta con sé l’eccedenza di una rivelazione, la grazia di una promessa del Signore a cui è sempre difficile credere: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). In realtà, il mistero della vita di Giovanni Battista, annunciata e conosciuta per «nome» fin «dal seno materno» (49,1), rivela il segreto di ogni persona che nasce in questo mondo, il cui nome è «nascosto all’ombra della mano» (49,2) di Dio. Mentre noi pensiamo che l’esistenza sia drasticamente segnata dalle sue origini, il vangelo sembra annunciare che ogni vita che viene dalle mani di Dio sia determinata soprattutto dal suo destino. La misericordia del Signore non è un attributo statico della sua bontà, ma un dinamismo che vuole continuamente rigenerare tutte le cose, realizzando lungo i secoli lo stupendo mosaico del Regno di Dio. Nella solennità di Giovanni Battista possiamo gioiosamente recuperare la consapevolezza che anche il nostro nome non deve coincidere con le aspettative o i giudizi degli altri. Al punto da poter fieramente esclamare anche noi: «Io non sono quello che voi pensate!» (At 13,25). La «stupenda» realtà di quello che siamo, e di ciò che presto saremo con la grazia di Dio, non dipende solo dalle pagine già scritte del libro della nostra storia, ma anche da tutte quelle parole che il Signore intende ancora rivolgerci. Volgendo lo sguardo alla nascita del Battista, possiamo dunque imparare a rinascere – o a risorgere – al di là di qualsiasi condizionamento abbia potuto segnare, anche dolorosamente, il nostro cammino umano. Fino a recuperare quella fiducia in noi stessi, così indispensabile per attraversare in pace le alterne vicende della vita. Una fiducia che solo di fronte allo sguardo di Dio è possibile maturare e proclamare: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda» (Sal 138,13-14).