
Abbiamo letto ieri del sogno di Giacobbe mentre fugge da suo fratello. Oggi, la liturgia ci fa meditare un altro incontro notturno. Quando Giacobbe fugge ancora una volta da Labano mentre suo fratello Esaù gli viene incontro, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora» (Gen 32,25). Sembra che, attraverso il suo angelo, l’Altissimo permette a Giacobbe di misurarsi fino in fondo con la paura dell’altro che lo tormenta fin da quando, con suo fratello, già «si urtavano» nel seno di sua madre (25,22). Finalmente, al torrente Iabbok, Giacobbe può rivoltarsi fino in fondo contro qualcuno, corpo a corpo e non semplicemente in modo astuto e nascosto come ha fatto finora. Il nome di Giacobbe viene cambiato in «Israele» (32,29) perché l’esperienza di questa lotta vittoriosa cambia radicalmente il suo modo di essere e di porsi. D’ora in poi Giacobbe non avrà più bisogno di nascondersi, ma dopo aver visto Dio «faccia a faccia» (32,31) sarà in grado di affrontare le persone e le situazioni in modo coraggioso e aperto. La preghiera è il luogo in cui ciascuno di noi, lasciandosi incontrare da Dio e accettando di lottare davanti a Lui e, persino, contro di Lui, può imparare ad affrontare se stesso e gli altri con virile coraggio.
Nel Vangelo, concludendo il ciclo dei dieci segni di guarigione, il Signore Gesù ridona la parola a un «muto» (Mt 9,32) permettendo a quest’uomo di riprendere la parola e, in tal modo, di diventare soggetto della sua propria vita. Questa dilatazione di libertà e di possibilità fa nascere un grande «stupore» nella folla e una profonda indignazione nei «farisei» (9,33). La reazione dei «farisei» (9,34) è terribile e temibile: la libertà di quest’uomo li spaventa più della sua schiavitù di un silenzio disumano. Il fatto che ci sia una persona in più che possa prendere la parola ed esprimere il proprio punto di vista, fino a difenderlo con tutte le sue forze e la sua intelligenza, desta quasi sgomento. Il silenzio cui quest’uomo è costretto dal demonio sembra quasi gradito ai notabili del popolo, mentre la sua parola sembra spaventarli. Cacciato il demonio, «quel muto cominciò a parlare». Il fatto che un muto prenda la parola diventa la porta perché tutti possano sperare di potere prendere la parola nella vita, senza accontentarsi che si parli a loro o che si parli su di loro. Alla fine di questa scala di guarigione ritroviamo «la molta folla» (Mt 8,1) che segue il Signore una volta «sceso dal monte». Questa folla sembra aver fatto un percorso accanto a Gesù fino a essere ormai capace – dopo aver ascoltato l’insegnamento e interpretato i segni di guarigione – di poter finalmente fare la sua professione di fede. La fede fa tutt’uno con un ristabilimento radicale di fiducia nella vita e nelle relazioni reciproche: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!» (Mt 9,33). Il Signore sembra non avere né tempo, né voglia di discutere con i farisei e impedisce ai suoi «discepoli» (9,37) di cadere nella trappola delle sterili discussioni, per farsi carico dell’urgenza di annunciare «il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia ed infermità» (9,35). Il termine vangelo compare qui per la prima volta nel vangelo in Matteo, su tre volte in tutto! Davanti alle folle che lo attorniano e lo seguono, «ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Mt 9,36) e dinanzi alla constatazione del grande bisogno della gente aggiunge: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi!». Due immagini si accavallano: quella pastorale e quella agricola. Noi tutti siamo come un gregge che ha bisogno di qualcuno che lo raduni, lo custodisca e lo guidi; siamo pure come un campo che – quando ha portato a maturità il suo frutto – ha bisogno di qualcuno che lo mieta. Abbiamo bisogno degli altri e siamo necessari agli altri. Questa relazione, talora pericolosa come lo fu per Giacobbe, esige la disponibilità a lottare per conoscere e conquistare il proprio vero nome… la propria identità profonda.