
L’elenco di quelle che potremmo decantare come le grandezze di Davide si conclude, nella rivisitazione che ne fa il Siracide, con questa nota commemorativa: «Il Signore perdonò i suoi peccati» (Sir 47,11). Nella compresenza di momenti di grandezza e di miseria, ciò che fa la differenza e la qualità dell’esperienza umana e spirituale di Davide è la sua relazione con il Signore, relazione che rimane presente e operante nella sua vita anche quando si allontana dalla via della giustizia. Davide non è, in assoluto, né un uomo, né un re impeccabile, ma è un perdonato capace di aprirsi e riaprirsi continuamente a un di più di relazione con il suo Signore, che ne accompagna – fedelmente – ogni passo, anche quando egli si rende infedele. Il «diadema di gloria» (47,6), evocato dal Siracide, può essere ben interpretato come il perdono di Dio che – nonostante tutto e attraverso tutti – non smette di riconoscerci e di presentarci come suoi figli, come suoi amici, come suoi eredi e, persino, come suoi luogotenenti nelle alterne vicende della storia. Forse il vero e più tremendo combattimento che siamo chiamati ad affrontare nel nostro cuore è contro i «leoni» e gli «orsi» (47,3) delle nostre manie di grandezza e di autosufficienza che ci condannano, miserevolmente, a essere schiavi delle nostre paure che diventano, come nel caso di Erode, dei veri e propri fantasmi che obnubilano la mente e infiacchiscono la volontà: «Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto» (Mc 6,26). Potremmo dire che, al contrario di Davide, Erode non si lascia smascherare e, non rendendosi perdonabile, condanna se stesso a una vita di rammarico e di terrore: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!» (6,16). Cosa c’è di più duro che essere perseguitati dalle proprie scelte mai redente attraverso la presa di coscienza liberante dei propri limiti e persino dei propri errori? Ben Sirach ci fa sentire la nostalgia della vera nobiltà che si fa delicatezza e canto nei confronti del Creatore, per tutti i suoi doni certo, ma – in modo del tutto particolare – per il diadema del perdono che incorona anche le nostre teste e addolcisce i nostri cuori. Diamo ancora un volta la parola a un monaco contemporaneo che ci aiuta a entrare nel mistero della relazione con Dio: «Il fatto è che la Parola di Dio non lascia mai indenni coloro che, un giorno, essa ha rovesciato. Rimane in loro, per sempre, la cicatrice di un’assenza, di un vuoto. Percezione dolorosa e dolce insieme, che la vita non guarirà mai. […] Puntando sempre più lontano, al di là della limitatezza dei nostri orizzonti, essa ci precipita in un’incredibile avventura, quella dell’umile grandezza dell’uomo, quella di cui Giovanni diceva a Erode che non aveva il diritto di falsificare la bellezza»