
L’espressione di meraviglia che anima il cuore di Salomone durante la dedicazione del Tempio dovrebbe essere il modo di vivere ogni momento della nostra esistenza. La domanda piena di stupore di Salomone potrebbe diventare una sorta di esclamazione spontanea del nostro cuore: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?» (1Re 8,27). A questa esclamazione di Salomone dovrebbe corrispondere il nostro continuo chiederci: “È proprio vero che Dio abita dentro di me e negli altri?”. Da parte sua, il Signore Gesù non esita a entrare in conflitto aperto con gli scribi e i farisei pur di rivendicare, per così dire, l’onore che si deve alla vita viva e reale di ogni uomo e di ogni donna, senza che sia sottomessa a rituali che rischiano di impoverire lo stupore e la gioia di vivere. Per ribadire la dignità e la libertà di ciascuno davanti a Dio, il Signore Gesù cita il profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,6-7). Per il Signore Gesù, il «culto» non può che essere il sostegno a una vita piena che sia in grado di onorarne tutti gli aspetti, senza escludere nessun elemento. Laddove i ministri del tempio tendono a separare continuamente, con il rischio di disapprovare e di sottovalutare, tutta una serie di realtà che danno colore e gusto all’esistenza, il Signore Gesù apre il cuore dei suoi ascoltatori a un di più di stupore che rende prima di tutto grati e non semplicemente guardinghi. Per il Vangelo, i comandamenti di Dio si possono riassumere con: «Onora» (7,10). Non si tratta solo di onorare il padre e la madre. Proprio a partire da questo senso fondamentale di gratitudine nei confronti di coloro che ci hanno trasmesso la vita e si sono presi cura di noi, il compito è di rendere onore a tutti e persino a tutto ciò che, dentro di noi e fuori di noi, ci permette di sperare in una vita degna di questo nome. Onorare significa essere in grado di riconoscere a ciascuna persona e a ogni realtà della nostra esistenza il suo giusto peso e il suo giusto posto. In questo senso, l’esperienza cultuale è una grande scuola di relazione e non può essere in nessun modo una fuga dall’impegno e dalla fatica che ogni relazione, per sua natura, comporta. Se veramente nella preghiera e, in modo unico, nella liturgia facciamo lo sforzo e viviamo l’esperienza di un’apertura del nostro piccolo essere all’immensità incommensurabile di Dio stesso, allora non facciamo altro che imparare a esercitarci a fare della nostra vita un crocevia: un vero luogo di incontro di tutta una serie di rapporti e di esperienze di condivisione e di comunione che rimangono comunque più grandi della nostra stessa comprensione e sfuggono al nostro controllo. Il desiderio orante di Salomone: «Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo» (1Re 8,29) e la sua profonda coscienza di quanto e di come «i cieli dei cieli non possono contenerti» (8,27), si trasforma per noi nella capacità e nella volontà di fare di ogni luogo e di ogni occasione di incontro un ambito in cui onorare fino in fondo il mistero del Dio vivente che inabita la vita dell’altro, come me e diverso da me, chiunque e comunque egli sia.