Pubblicato in: Riflessioni personali

Muoversi per salire

C’è un verbo che ricorre e, in certo modo, ritma le due letture di quest’oggi: salire! La prima lettura si apre con la manifestazione del fondato timore di Geroboamo di una ricomposizione del popolo di Israele, la cui unità si è frantumata dopo la morte di Salomone: «Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il re di Giuda» (1Re 12,27). La lettura del Vangelo si conclude con una nota apparentemente banale: «Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà» (Mc 8,10). Il timore di Geroboamo si fonda sul suo bisogno di controllo e la paura di essere persino ucciso. Questo timore porta Geroboamo a impedire al popolo di andare troppo lontano e per questo costruisce un tempio che sia a portata di mano, uno «a Betel» e uno «Dan», con «due vitelli d’oro» (1Re 12,28). Il popolo viene convinto della bontà di non spostarsi più troppo e in tal modo diventa controllabile: «Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme!». Salire a Gerusalemme è l’occasione per il popolo di andare “altrove”, di incontrare lungo il cammino, e una volta raggiunta la meta, altre persone che vengono da luoghi diversi e pensano in modo diverso. Questo ampliamento continuo di orizzonte, che la pratica cultuale sembra assicurare, viene temuto e bloccato da Geroboamo al fine di preservare il suo regno. Per fare questo non esita a offrire cariche e incarichi, fino a costituire «sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi» (12,31). Geroboamo restringe i movimenti e allarga le concessioni per controllare e manipolare. Il Signore Gesù si comporta in modo assolutamente diverso. Non solo non ha paura che la gente si sposti, ma persino quando sazia la fame dei «quattromila», non solo «li congedò» (Mc 8,9) ma pure si congeda serenamente e in modo soddisfatto, per salire sulla barca e andarsene altrove. L’attenzione e la compassione che il Signore manifesta nei confronti della folla non ha nulla a che vedere con il bisogno di controllare o di manipolare. La reazione del Signore viene condivisa con i discepoli in modo contrario del mondo e della ragione per cui Geroboamo, «consigliatosi» (1Re 12,28) con i suoi cortigiani, prende le sue decisioni mortifere. Gli occhi e il cuore del Signore sono radicalmente sensibili al bisogno e alla sofferenza di quanti incrociano il suo cammino e questo diventa non solo la sua preoccupazione, ma la missione condivisa con i suoi discepoli: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare… alcuni sono venuti da lontano» (Mc 8,3). Attorno al Signore Gesù si crea un movimento di vita che non ha alcun timore che le persone si spostino in cerca di senso, anzi tutti vengono saziati proprio perché non vengano «meno lungo il cammino» (8,3) e possano salire sempre più in alto, verso il compimento del loro più profondo e vero desiderio.