
Il Signore Dio, lungo tutto quel tempo che chiamiamo storia della salvezza, non ha mai esitato a inviare con fedeltà i suoi «servi, i profeti» (Ger 7,25) per aiutare Israele a non smarrire il dono e la responsabilità dell’alleanza. Nella prima lettura ascoltiamo la parola con cui Geremia viene scelto dal Signore per aiutarlo a ricordare al popolo di Israele la sua coscienza di essere un popolo scelto e chiamato a una pienezza di vita: «Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici» (Ger 7,23). La missione affidata a Geremia non consiste soltanto nel ravvivare il ricordo della Legge di Dio, ma anche nel porgere a Israele uno specchio in cui poter riconoscere il mistero della propria infedeltà e durezza di cuore: «Ma essi non ascoltarono né prestarono orecchio alla mia parola; anzi procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio e, invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle» (Ger 7,24). Talvolta bisogna dare alle cose il loro nome, senza esitazioni e, soprattutto, senza farsi troppo condizionare dalla paura che l’altro possa offendersi o andarsene. L’amore può — e talvolta deve — sapersi esprimere (anche) con parole asciutte e nette, indispensabili per aiutare colui con cui siamo in una relazione di amore libero a maturare la consapevolezza di essere lontano o fuori dalla necessaria fedeltà di ascolto e di attenzione all’altro. Il coraggio di affrontare queste zone d’ombra è necessario anche quando possiamo già immaginare che non sarà certo una parola a poter risolvere e modificare la libertà di chi ha deciso di indurire il proprio cuore e di voltare le spalle altrove: «Dirai loro tutte queste cose, ma non ti ascolteranno; li chiamerai, ma non ti risponderanno» (Ger 7,27). Anche nel Vangelo troviamo una reazione di ostinata chiusura di fronte al miracolo compiuto dal Signore Gesù nei confronti di un uomo da tempo ammutolito da un demonio. Non appena la bocca di quest’uomo si riapre, finalmente, alla parola e alla relazione, alcuni dei presenti trovano il modo di voltare immediatamente le spalle e — soprattutto — il cuore all’evidente parola di Dio appena risuonata: «Ma alcuni dissero: “È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni”. Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo» (Lc 11,15-16). La liturgia oggi ci pone davanti a un incontro ravvicinato con il fondamentale problema a cui la nostra fede ci espone: non saper ascoltare e accogliere l’alterità di Dio. Sembra impossibile che anche noi, nativi e cittadini di un tempo tutto incentrato sulla comunicazione, abituati quotidianamente a emettere e a ricevere grandi quantità di informazioni tramite computer, smartphone, social network, possiamo essere realmente afflitti da un problema di ascolto. Eppure, come le analisi degli esperti ci segnalano, è proprio in un tempo di grandi opportunità di relazione, come il nostro, che si registra un livello molto superficiale di interazione con l’altro e con le sue differenze. Per questo, nonostante le tante parole e immagini tra cui navighiamo ogni giorno, ci ritroviamo nelle circostanze personali e importanti della vita senza essere capaci di dire le cose utili e necessarie a costruire il rapporto con l’altro. «In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare» (Lc 11,14).Il Signore Gesù, tuttavia, non volta mai le spalle a noi, né alle nostre più ostinate chiusure. Ci raggiunge e ci incontra sempre là dove siamo, immersi e ricondotti nella nostra debolezza, ma dove ci sono ancora — intatte e velate — tutte le nostre migliori risorse. Anche noi possiamo imparare a non voltare più le spalle né a lui né alla realtà, ma a restare nella fatica e nella gioia dell’ascolto. Il Vangelo non cambia, si approfondisce soltanto. Continua a dirci che il Regno, ormai, è proprio qui, davanti a noi: «Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11,20).