
La prima lettura si apre con una nota che non va dimenticata e che è sottesa alla lunga preghiera di Tobi come pure alla drammatica supplica di Sara: «con l’animo affranto dal dolore, sospirai e piansi…» (Tb 3,1). Di Sara si dice con una chiarezza ancora più grande: «In quel giorno dunque ella soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi» (Tb 3,10). Se il dolore di Tobi è grande, ma è ancora sostenibile anche grazie alla fede che anima il suo cuore e dirige costantemente le scelte della sua vita, quella di Sara è una sofferenza al limite della sopportabilità e la tentazione di suicidarsi non viene superata per il soccorso della fede, ma per un sentimento di pietà verso suo padre. Forse proprio questo rivela la radice ultima di tutto quel tormento della vita di Sara che è frutto della sua incapacità di lasciare vivere gli uomini che si accostano a lei, quasi per un bisogno inconscio di lasciare a suo padre l’illusione di essere l’unico uomo capace di custodire e avere cura della sua vita.
La scelta di Sara raggiunge l’acme della più assoluta disperazione quando decide in cuor suo la cosa più terribile non solo per se stessi, ma ancora di più per l’immagine di Dio che vi è sottesa: «Meglio per me che non mi impicchi, ma supplichi il Signore di farmi morire per non sentire più insulti nella mia vita» (Tb 3,10). Quando tutto sembra aver raggiunto il massimo possibile e pensabile della disperazione, il testo annota con grande raffinatezza che la nostra angoscia, se giunge fino a Dio e bussa potentemente al suo cuore, nondimeno non ne contamina il radicale desiderio di felicità e di gioia che l’Altissimo nutre per tutti i suoi figli. Il Signore Gesù non fa che confermare e radicalizzare tutto ciò resistendo a un’altra trappola, che questa volta gli viene ordita da «alcuni sadducei» (Mc 12,18). Mentre costoro parlano della morte con una superficialità disgustosa, che rivela la loro insensibilità al dolore, il Signore si schiera – in modo sottile – con la sofferenza e il dolore, rammentando a questi dottori così soddisfatti di se stessi che i «morti risorgono» (Mc 12,26). Si potrebbe dire che la fede nella risurrezione, così come è stata annunciata e vissuta dal Signore Gesù, è un atto di resistenza alla logica supponente e insensibile di quanti – come i sadducei – si tengono così lontani dall’esperienza e dalla condivisione del dolore da esserne assolutamente ignari. Con una solennità non accademica, ma esistenziale, il Signore Gesù ricorda anche a noi che: «Non è Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mc 12,27). Per questo l’Altissimo è sempre dalla parte della vita viva, che deve sapersi misurare con il dolore, la sofferenza, la morte, la limitazione, la fragilità in modo assolutamente solidale e non semplicemente dottorale. Il nostro destino non è di diventare angeli, ma di essere «come angeli nei cieli» (12,25) cioè radicalmente abitati da una fiducia incrollabile in Dio. La risurrezione non ha niente a che fare con la sopravvivenza dei nostri schemi esistenziali, ma nella ricezione del dono di una vita trasfigurata e completamente nuova in quanto a qualità di relazione, proprio come sempre è l’amore che non nega, ma sa portare il dolore.