Pubblicato in: Riflessioni personali

Obbedienza dinamica

Il Signore Gesù si rivolge in modo diretto alla città che ha scelto come sua dimora e lo fa con un tono che ha tutte le caratteristiche dell’amore tradito e della predilezione umiliata: «E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!» (Lc 10,15). Il seguito del discorso di Gesù non è semplicemente un invito all’obbedienza, ma una vera e propria riproposizione di uno stile che fa dell’incontro, dell’ascolto, della reciproca accoglienza la propria legge e il proprio respiro: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). Questo versetto invocato infinitamente per giustificare e fondare teologicamente l’obbedienza nel corpo ecclesiale, in realtà rivela come l’unico modo per aprirsi al dono di una vita sempre più piena è quello di accettare le varie mediazioni della vita senza sognare interventi e avvenimenti straordinari. Nelle parole del Signore possiamo sentire una sorta di capovolgimento di ruoli, a partire dal quale è Dio che supplica la nostra umanità di fargli e dargli un po’ di spazio, che gli permetta di ricolmarci dei suoi doni. È il tipico movimento dell’amore, che comporta sempre una certa dose – normalmente eccedente – di vulnerabilità: «Perché se a Tiro e Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite» (Lc 10,13). L’invocazione del salmista può e deve diventare la nostra ardente preghiera: «liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo nome» (Sal 78,9). Abbiamo veramente bisogno di essere liberati dalla scorza e dalla corazza che ci rende insensibili e per questo irraggiungibili dagli appelli della grazia che, in realtà, non ci richiede nulla se non di lasciare che la nostra vita divenga un prodigio di tenerezza e di amore per noi stessi e per gli altri. Il profeta Baruc, con un testo di lamentazione e di ardente richiesta di perdono, ci rivela quale sia il difetto dominante della nostra vita di discepoli: «non abbiamo ascoltato la voce del Signore, nostro Dio, che diceva di camminare secondo i decreti che il Signore ci aveva messo dinanzi» (Bar 1,18). L’obbedienza cui siamo chiamati non è quella di una sottomissione paralizzante, ma il dinamismo di una vita che si sappia rimettere ogni giorno seriamente e amorevolmente in cammino. Questo comporta ed esige il quotidiano «uscire» (1,19) da tutto quel sistema di immaginazione e di richiesta di «prodigi» (Lc 10,13) che invece di arricchire rischia di impoverire sempre di più i passi della nostra conversione. Lasciamoci raggiungere dal desiderio del Signore Gesù, che vuole fare della nostra vita la sua casa, e cerchiamo di farlo sentire a casa accogliendone la presenza con sentimenti di gratitudine e nella gioia di poter camminare per i sentieri di una intimità capace di illuminare e scaldare la vita. Ascoltare è sempre il primo passo per cogliere l’importanza dell’altro e accoglierla come dono di grazia.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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