Pubblicato in: Riflessioni personali

Figli senza timore

Nel Vangelo secondo Luca, quando il Signore insegna la preghiera ai suoi discepoli «si trovava in un luogo a pregare» (Lc 11,1). A differenza di quanto troviamo nella versione di Matteo, il contesto non è quello dell’insegnamento del Discorso della Montagna, ma di una condivisione di vita. La preghiera è un’esperienza personale e intima che viene condivisa attraverso una narrazione che può essere solo evocativa e mai esaustiva. Viene in mente la suggestiva espressione di Etty Hilessum: «Sono faccende intime, quasi più intime di quelle del sesso (E. HILLESUM, Diario 1941-1943, a cura di J.G. GAARLANDT, Adelphi, Milano 2012, p. 231)». Secondo l’evangelista Luca, il Signore Gesù non insegna a pregare, ma viene visto dai suoi discepoli mentre prega e in un modo talmente attraente da far loro sentire il bisogno di partecipare a questo mistero di relazione. Possiamo intuire ciò che sperimentata «uno dei suoi discepoli» (Lc 11,1) mentre contempla incantato il Maestro in preghiera. Nella preghiera di Gesù traspare la profonda verità del suo rapporto con Dio, così intimo da essere rivelato come «Padre» (11,2). L’innominato discepolo, che tutti ci rappresenta, aspetta pazientemente che il Signore Gesù finisca, per chiedere di essere iniziato – a sua volta e insieme agli altri – all’arte della preghiera. Avviene esattamente come quando si vede qualcuno fare una cosa bella o sfornare un cibo gustoso e gli si chiede con incontenibile entusiasmo: «Mi insegni come si fa?!». Come ogni madre e come ogni maestro, il Signore non si tira indietro e ci insegna il modo di essere davanti al Padre come e con Lui in qualità di figli. Nella prima lettura la vicenda di Giona, che si rallegra e poi si rattrista per la sua amata «pianta di ricino» (Gn 4,6), diventa l’occasione per una sorta di “divina protesta”: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica… e io non dovrei avere pietà di Ninive?» (Gn 4,10-11). La domanda posta dall’Altissimo a Giona trova la sua risposta nella preghiera che il Signore Gesù insegna ai suoi discepoli. La formula, più breve e concisa, che ci viene tramandata da Luca, sembra avere un’efficacia ancora più grande. Quando il Signore Gesù risponde alla richiesta di uno dei suoi discepoli, esordisce così: «Quando pregate dite: “Padre”…» (Lc 11,2) e conclude con un’invocazione: «non abbandonarci alla tentazione» (11,4). Se rileggiamo il Padre Nostro a partire dalla prima e dall’ultima parola, sembra di poter dire che questa preghiera è l’antidoto alla tentazione della paura che, talora, ci induce a barare con la nostra vita per non turbare e non essere turbati. La preghiera assidua ci riporta alla continua necessità di purificare i nostri cuori da tutto ciò che ci fa temere Dio, gli altri e, forse prima di tutto, noi stessi. Se ogni giorno, attraverso la preghiera, impariamo a rivolgerci a Dio col nome di «Padre», allora la preghiera diventa una scuola di libertà e un’accademia di verità incarnata con la vita e non incartata in formule. Se ripetiamo con la mente e con il cuore la preghiera che il Maestro ci ha insegnato, impariamo a nominare tutti gli aspetti e tutte le coordinate del nostro vissuto. Impariamo così anche ad accoglierli e attraversarli senza cadere nella trappola, sempre incombente, della dissimulazione, che ci rendere estranei a noi stessi, incomprensibili agli altri e talora, come era successo a Giona, così severi da essere impietosi.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

Rispondi