
Il Signore Gesù «va diritto alla porta dell’umano che è in noi. Aspetta che questa porta si apra. La porta dell’umano è il volto». Ed è proprio al livello del volto, attraverso lo sguardo, come ha magnificamente intuito Caravaggio, che si consuma l’incontro tra Gesù e Matteo. Un incontro che apre la possibilità, per quest’uomo incatenato «al banco delle imposte» (Mt 9,9), di poter reimpostare e immaginare in modo completamente nuovo la sua vita, senza escludere nulla e senza defenestrare nessuno, senza per questo rinunciare a coltivare uno sguardo nuovo su ogni cosa e su ogni persona, uscendo dai propri blocchi e dalla sottile condanna a ripetersi. Ciò che sfugge ai farisei, che non lesinano di mascherare il loro imbarazzo fingendo di essere devotamente imbarazzati, è ciò che è avvenuto nell’incontro tra Gesù e Matteo: incontro di sguardi, comunione di cuore, intuizione di intime e segrete sofferenze che esigono la cura di un amore sempre più grande. In questo contesto di incontro che tocca e guarisce il cuore, la reazione del Signore Gesù alle seccanti argomentazioni dei farisei non lascia dubbi: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”» (Mt 9,12-13). La prima lettura ci offre un versetto che ci aiuta a cogliere tutto il peso e, soprattutto, le conseguenze di questa parola del Signore: «In quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno!» (Am 8,9). Questa parola del profeta si è compiuta in modo unico nel momento della morte del Signore Gesù innalzato sulla croce. In tal modo ci viene ricordato che il perdono e la misericordia esigono il dono totale della propria vita, che passa sempre attraverso il sottile passaggio – una vera e propria Pasqua! – tra l’offerta di «sacrifici» (Mt 9,13) e il sacrificio di se stessi a favore della vita e della guarigione dell’altro. Francesco d’Assisi, rivolgendosi a un superiore dell’Ordine Francescano, scrive così: «Ecco da cosa riconoscerò che ami il Signore, e che mi ami, me, suo servo e tuo: se qualunque fratello al mondo, dopo aver peccato quanto è possibile peccare, può incontrare il tuo sguardo, chiederti perdono, e andarsene perdonato. Se non ti chiede perdono, chiediglielo tu, se vuol essere perdonato. E anche se dopo pecca ancora mille volte contro di te, amalo più di quanto ami me, e ciò per ricondurlo al Signore». La sfida è quella di mettere l’altro sempre al primo posto, mettendolo in condizione di crescere e di fare un cammino. Questo esige la capacità e la volontà di dare tempo, proprio come fa Gesù non solo quando passa nella vita di Matteo, ma anche quando interseca la vita di quanti fanno parte della sua vita: «Mentre sedeva a tavola nella casa…» (Mt 9,10). Così la fame «non di pane ma di parola» (Am 8,11), di cui parla il profeta Amos, trova una risposta in Gesù che ci sazia con la sua misericordia, la sua benevolenza, la sua compassione: saziati, siamo chiamati a saziare!