Pubblicato in: Riflessioni personali

Profeti europei

La festa di san Benedetto è la festa di un sogno che, come tutti i sogni, si avvera via via che viene accolto e interpretato. La parola di Dio che accompagna, illumina e orienta la celebrazione odierna comincia con una esortazione sapienziale: «Figlio mio, se tu accoglierai… tendendo il tuo orecchio… inclinando il tuo cuore… invocherai l’intelligenza… allora comprenderai» (Pr 2,1-2). Per qualunque monaco benedettino queste parole riportano subito all’inizio del Prologo della Regola di san Benedetto, che ha forgiato e continua, da secoli, a forgiare il sogno di generazioni di monaci e monache. L’intuizione politica di Carlomagno di imporre la Regola di san Benedetto a tutti i monasteri del suo giovane impero si è rivelata nei secoli una sana intuizione: la vita monastica con la sua attitudine di attenzione, di intelligenza e di cura di tutti gli aspetti della vita, da quelli più intellettuali e spirituali a quelli più pratici e quotidiani, ha formato una mentalità che sta all’origine dei valori condivisi dei nostri popoli raccolti in quella che chiamiamo Unione Europea. La festa di oggi ricorda ai tanti monaci e monache, che ancora cercano di essere discepoli del Vangelo attraverso la fedele e creativa osservanza della regola benedettina, il loro ruolo di profezia al cuore del mondo moderno, come lo è stato in quello antico. Così questa festa diventa memoria per tutti i popoli europei della vocazione a essere segno di pace per tutto il mondo. Il vecchio continente della nostra Europa che, in realtà, a ben guardare, sembra piuttosto una provincia del grande continente asiatico, è chiamato a ringiovanire attraverso la sua rinnovata disponibilità a coniugare i verbi fondamentali di uno stile di libertà e di una disposizione di umanità coltivata nei secoli a prezzo di tanta ambiguità e non pochi errori: accogliere l’altro per crescere in una identità non ripiegata sull’interesse particolare, ma sul desiderio di dilatare il cuore e la mente a un senso sempre più consapevole di appartenenza reciproca. Nel Vangelo scelto per questa festa, tanto monastica quanto ecclesiale ed “europea”, compare un altro verbo: «lasciare». Il Signore Gesù risponde al turbamento di Pietro con una promessa che si fa rassicurazione: «Chiunque avrà lasciato… riceverà» (Mt 19,19). Lungi dall’essere una parola rivolta ai monaci e ai religiosi o comunque alla “gente di Chiesa”, quella del Signore Gesù è una indicazione di stile: l’unica possibilità per poter condividere in modo sempre più realistico e realizzabile il sogno di una speranza condivisa di libertà e di felicità è di accettare di «lasciare» ogni illusione di poter guadagnare la propria sicurezza e il proprio benessere arraffando privilegi e restringendo sempre di più il cerchio dei commensali della storia. Al contrario, il Vangelo diventa la stella polare per costruire un mondo più solidale e inclusivo, nella certezza che la condivisione dei doveri di umanità non può che dare a tutti maggiore sicurezza e una pace duratura. In tal senso, la regola e la tradizione benedettine più che insegnare possono sempre orientare il cammino dei nostri popoli perché la vecchia Europa sappia declinare i verbi del Vangelo, che sono gli unici a garantire la gioia di tutti e per tutti.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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